Blockchain, Token e Pool d’arte

L’applicazione della tecnologia blockchain al mondo dell’arte non si limita alla sola certificazione delle opere, ma permette anche di acquistarle (almeno in parte), rendendo gli investimenti nel mercato dell’arte accessibili a tutti.

Quando si parla di investimenti nel mercato dell’arte, non bisogna per forza pensare di essere milionari (sarebbe un po’ come non comprare un’azione di Amazon perché non si possiede il denaro per comprare l’intera azienda). Però, al contempo, bisogna discostarsi dal paradigma del possesso in senso stretto, quello che prevede la presenza materiale dell’opera d’arte, spostandosi al concetto di proprietà condivisa.

Infatti, come abbiamo visto nel primo articolo pubblicato in tema blockchain, chiunque potrebbe acquistare ‘un pezzo’ della Gioconda, almeno fintanto che non si pensi di metterla in salotto. Ma, per comprendere nello specifico questo passaggio, risulta utile rispolverare i concetti di blockchain e token.

Mentre possiamo considerare la blockchain come un registro digitale in grado di garantire la certezza e la verificabilità delle transazioni eseguite e condivise tra i suoi partecipanti, i token sono la rappresentazione digitale di qualsiasi bene e di ampie categorie di diritti. La tecnologia blockchain permette l’emissione di questi token mediante l’utilizzo di ‘smart contract’, ovvero programmi trascritti ed eseguiti su blockchain.

A seconda dell’ambito di utilizzo si può rendere necessario l’utilizzo di specifici token, tra loro diversi anche per natura. Ad esempio, mentre l’impiego di token ERC-721 risulta utile nella lotta ai falsi d’arte, non è possibile sostenere lo stesso per i token ERC-20. Infatti, mentre i primi risultano essere non fungibili, ovvero unici, non intercambiabili e indivisibili (dunque coerenti con le caratteristiche identificabili in un’opera d’arte), i secondi risultano essere fungibili e quindi intercambiabili gli uni con gli altri (dunque ottimi per essere scambiati tra di loro, come i contanti o l’oro).

La tokenizzazione (ovvero il processo in cui il valore ed i diritti sottesi ad un bene vengono incorporati e rappresentati da un token digitale) è quindi un in grado di incentivare gli investimenti in opere d’arte, per una serie di motivi:

  • la tokenizzazione permette dunque di acquistare anche una piccola ‘quota’ di un’opera o più opere, consentendo perciò di creare una sorta di portafoglio di diritti sulle opere d’arte;
  • l’investimento in arte diventerebbe più accessibile per una domanda di mercato molto più ampia;
  • potranno nascere nuove figure professionali in grado di costituire e proporre panieri (‘pool’) di opere, che si presenterebbero dunque già predisposti agli occhi dell’investitore;
  • i “pool” di opere, proposte da un soggetto proponente esperto, grazie all’investimento in asset diversi tra loro, rappresenterebbero un investimento con rischi diversificati;
  • la tokenizzazione potrebbe diventare uno strumento di raccolta di fondi, da reinvestire nel restauro / manutenzione delle opere stesse.

Esistono già esempi incoraggianti. Con un significativo esperimento pilota, è stata già realizzata, da parte di una piattaforma privata di art-investment, la prima grande “tokenizzazione artistica” di un dipinto di Wharol (“14 Small Electric Chairs“), valutato 5,6 milioni di dollari e di cui è stata venduto il l 31,5%, per un totale di 1,7 milioni di dollari. D’altro canto, Swisscom ha in progetto di investire sulla vendita di opere d’arte tokenizzate attraverso il suo canale televisivo.

E anche le tecnologie sono disponibili. Queste operazioni possono essere facilitate sfruttando i meccanismi di piattaforme già esistenti basate su blockchain (come SEED Venture), che permettono ai proponenti di creare i diversi pool di opere d’arte, consentendo agli investitori di ricevere token rappresentativi del paniere al momento dell’investimento (l’emissione dei token avviene in seguito all’investimento nel paniere, grazie agli smart contract sviluppati); questi token possono poi circolare liberamente ed essere scambiati tra di loro, attraverso delle dinamiche che consentono anche di liquidare il relativo investimento in qualsiasi momento.

Diventa pertanto ancora più semplice comprendere i benefici che la tecnologia blockchain è in grado di apportare al mercato dell’arte, consentendo la tokenizzazione delle opere d’arte ed il conseguente incremento degli investimenti, resi più semplici dalla maggiore accessibilità, dall’esperienza dei proponenti dei pool di opere, dalla diversificazione e dalla rapida liquidabilità dell’investimento.

Questi investimenti, oltre ad essere intesi – in senso stretto – nell’acquisto di una determinata ‘quota’ di un’opera, possono essere anche visti come un investimento volto alla ristrutturazione ed alla valorizzazione di opere che altrimenti non potrebbero mai rivedere lo splendore di un tempo, permettendo al proprietario originario di accedere a risorse altrimenti non disponibili e allo stesso tempo agli investitori di accedere ad una valutazione economica ridotta dell’opera stessa, oltre che di contribuire concretamente al recupero di patrimoni artistici.

La tecnologia blockchain sta diventando mezzo fondamentale per la sopravvivenza dignitosa e la crescita prospettica meritata dal mercato dell’arte, sempre di più destinato a fare affidamento alle nuove tecnologie, per diventare più rigoglioso, sicuro e alla portata di tutti.

Con un significativo esperimento pilota, è stata già realizzata, da parte di una piattaforma privata di art-investment, la prima grande “tokenizzazione artistica”, proprio di un dipinto di Wharol (“14 Small Electric Chairs“), valutato 5,6 milioni di dollari e di cui è stata venduto il l 31,5%, per un totale di 1,7 milioni di dollari.

Poetronicart s.r.l. Start-up innovativa
insediata presso BIC Incubatori FVG

P.IVA IT01282080322
Cap. Soc. € 184.311,00 i.v..
Codice destinatario: M5UXCR1

Numero REA: TS-138237
poetronicart@businesspec.it